“La guerra invisibile” di Maurizio Pagliassotti”

Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin
Share on whatsapp

Demoni e angeli dei nostri giorni, le persone migranti sono al centro di tanti discorsi, di tanti articoli, di tanti libri. Tra saggi, romanzi e raccolte di racconti, possiamo costruire un’intera biblioteca di ottimi volumi dedicati alle migrazioni e alle persone che migrano. In questa biblioteca merita un posto d’onore “La guerra invisibile” di Maurizio Pagliassotti (Einaudi 2023, 236 pp., 18€) [ https://www.einaudi.it/catalogo-libri/problemi-contemporanei/la-guerra-invisibile-maurizio-pagliassotti-9788806256791/ ].

Pagliassotti ha ripercorso a ritroso, e per lunghi tratti a piedi, la “rotta dei Balcani”, dal confine tra Francia e Italia al confine tra Turchia e Iran. Probabilmente qualche eroico giornalista ci avrebbe raccontato la propria coraggiosa epopea carica di pathos e di avventura – invece Pagliassotti ha scritto il libro più onesto della nostra immaginaria biblioteca sulle persone migranti, o meglio sui “nemici”, perché “è necessario riconoscere a queste persone la dignità di quello che sono: i nostri nemici. I migranti non vengono picchiati a sangue, non vengono derubati ogni notte, non marciano in colonna durante le notti senza luna, non si mimetizzano nei boschi come truppe d’assalto”.

La novità del libro non sta tanto in quello che racconta (chi si informa sul tema sa già, per esempio, delle violenze di Frontex o della mobilitazione di associazioni cattoliche, gruppi anarchici o semplici persone) e paradossalmente non sta neppure nell’aver affrontato il viaggio scarpe ai piedi e zaino in spalla.

La novità è l’onestà profonda che permea tutto il racconto del viaggio. E quando si dice “tutto”, si intende “tutto” davvero: le persone migranti, chi le respinge, chi le accoglie, chi le sfrutta, fino a chi scrive e a chi legge.

In tempi di “comunicazione social”, in cui è fondamentale sentirci e far sentire il popolo della nostra bolla migliore, più buono, più comprensivo, più sensibile, la penna di Pagliassotti diventa quasi insurrezione nella sua totale assenza di compiacimento e di volontà di compiacere. La scrittura è stanca e nauseata, perché uno sguardo onesto non può che provare stanchezza e nausea e non può rifugiarsi nell’illusione della speranza e nei vaniloqui dell’eroismo. Il libro è disperato e non sprofonda nella rassegnazione solo grazie a un amore per gli ultimi che è reale, che non è una posa buona per un selfie.

Come dicevo, l’onestà di Pagliassotti tocca anche noi che leggiamo, o per meglio dire ci travolge, ci ferisce, ci offende magari. Anche perché la sua onestà, senza cattiveria o rancore, ma anzi con profonda e generosa intelligenza, ridiscute il ruolo dei “buoni” e degli idealisti, “gente coraggiosa che tiene in piedi la civiltà”, a cui però, in un’intervista a inparoletue [ https://inparoletue.it/europa-contro-migranti-la-guerra-raccontata-da-pagliassotti/ ], dice anche: “Il vostro lavoro è utile, ma è ingiusto. Gli stati hanno il dovere di accogliere le persone, non devono nascondersi dietro di voi”.

L’onestà di Pagliassotti non è la semplice onestà di riconoscere che le persone migranti non sono né angeli né demoni, che c’è il male e il bene dappertutto, che si può finire per fare il male cercando il bene, eccetera eccetera. È l’onesta di guardare le cose per quello che sono e di trarne le conclusioni, come per esempio riconoscere che la verità etica non sta nel mezzo, che la verità etica ci impone di schierarci al fianco degli ultimi.

Ed è l’onestà di Pagliassotti a mostrarci una cosa importante dell’assurda guerra che l’Europa sta combattendo a colpi di violenze inumane, armi, barriere e tecnologie iper-moderne contro piccoli gruppi di donne, uomini e bambini: questa assurda guerra è “la nostra guerra” (per riprendere il titolo che Pagliassotti avrebbe voluto dare al libro, come lui stesso ha raccontato in occasione della presentazione del volume in occasione di Immagimondo [ https://www.immagimondo.it/event/geografia-della-miseria-e-della-speranza/ ] a Lecco).

“A noi la scelta di gestire o meno questa invasione inevitabile, darle una forma e una dignità: sul fiume Evros noi abbiamo fatto altre scelte, abbiamo deciso per la guerra. Lo facciamo ovunque, è la nostra guerra invisibile”.

È la nostra guerra perché la combattono i governi che continuiamo a scegliere e che continuiamo a tollerare.

È la nostra guerra perché è la costruzione di un apparato repressivo gigantesco che prima o poi ci si ritorcerà contro: “La ferocia che c’è al di là di Trieste prima o poi vi raggiungerà”.

È la nostra guerra, anche e forse soprattutto, perché la stiamo tragicamente vincendo. La vinciamo ogni notte ai confini esterni dell’Unione Europea con ogni donna che viene picchiata, con ogni uomo che viene umiliato, con ogni bambina che viene costretta a dormire in una fabbrica abbandonata. E la vinciamo ogni giorno nel bar sotto casa, alla fermata dell’autobus, sulle bacheche dei social, dove, sempre più impotenti, abbiamo il nemico perfetto da odiare, mentre la ricchezza continua a moltiplicarsi sempre nelle stesse mani.

“Nella periferia della mia città, come in quella di Belgrado o di Salonicco vivono pance vuote che si stanno riempiendo non di pane e rose, ma di rancore profondo. I poveri odiano i poveri e amano i ricchi: la mia paura è tutta qua”.

di Pier Cesare Notaro

LEGGI ANCHE

Amnesty International Rapporto 2023-2024

Il 28 maggio 1961 il quotidiano inglese The Observer pubblica la lettera aperta, firmata dall’avvocato londinese Peter Benenson intitolata “The Forgotten Prisoners” (I prigionieri dimenticati) che inizia